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Trentalange e Donnarumma

di Claudio Nassi
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© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport

Diceva Gustave Flaubert: "Il miglior governo è quello che agonizza, perché fa posto a un altro". Nicchi non lo sapeva. Evidentemente. Prima perché nelle interviste aveva ripetuto che il programma era nelle cose già fatte. Poi sentiva grande sostegno. Butto giù queste righe appena conosciuto l'esito delle votazioni di ieri all'Hotel Hilton a Fiumicino per la Presidenza degli arbitri. Con tutto il rispetto e la stima che ho per l'AIA, da sempre la migliore componente della FIGC, domando come sia stato possibile far passare in Consiglio Federale la norma che prevedeva un quarto mandato. Non bastavano 12 anni a Nicchi, ne pretendeva 16. Eppure, se si sono persi quasi 6.000 associati su oltre 35.000, vuol dire non aver lavorato bene. Il dato suggeriva di non ripresentarsi. Non potendo accettare questi numeri, al di là di altre considerazioni, c'è stata una ribellione, con a capo Alfredo Trentalange, torinese, ex internazionale, vaticanista convinto. Mai una parola sopra le righe, ma citazioni di Don Milani e letture di Tommaso Moro. Un uomo di cultura. In stile AIA. E, dal momento che nel Belpaese siamo soliti assistere a pochi avvicendamenti, Trentalange, Baglioni & C. hanno sorpreso, non accettando il vecchio che avanza.

Sottolineata l'importanza di colui che guiderà la magistratura del calcio, non si può non parlare della telenovela Donnarumma - Milan, relativa al contratto. Le considerazioni sono molteplici. Un portiere che esordisce a San Siro a 16 anni e a 22 ha oltre 200 partite da titolare, è un fuoriclasse. Percepisce 6 milioni netti l'anno, a cui va aggiunto il milione al fratello Antonio, terzo portiere. E' in scadenza di contratto, può guadagnare qualsiasi cifra, anche più di De Gea, il numero uno del Manchester United, il più pagato con 11,2. Il procuratore Raiola ne chiede 10 e non accetta la proposta di 7,5 l'anno fino al 2024. L'agente fa il suo mestiere. Sa di avere in mano un pezzo da novanta e tira la corda. E' il suo lavoro e, oltre agli interessi di Gigio, non trascura la percentuale. Il Milan è il vaso di coccio. Se media tra 7,5 e 10, non potrà pretendere di allungare il contratto. Se subisce il diktat, sfora certi parametri e pagherà altre conseguenze. Conosco il lavoro di Raiola. Sono stato il primo in Europa a farlo nell'ottobre '82 e so che ci si trova fra l'incudine e il martello. Il calciatore non è mai contento e la società si sente ricattata. Per questo, e per una frase di Viola: "Mantovani e Nassi si vogliono impadronire del calcio", decisi di smettere. So che gli agenti sono un problema. Dovrebbero essere regolamentati e le percentuali riviste, ma, in altri tempi, se non avessero accettato le proposte della FIGC, sarebbero durati lo spazio di un mattino.   

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