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Pelé e Maradona

di Claudio Nassi
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© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Di recente è uscito con la "rosea" un libercolo su Maradona. Inaugura una collana di miti dello sport. Piacevole ed esaustivo, ha fatto pensare se, come dicono in molti, Diego sia stato il numero uno. Sono un seguace di Gregg Easterbrook, giornalista USA che insegna: "Se torturi i numeri abbastanza a lungo, confesseranno qualsiasi cosa". Per cui, quando sento dire che non si possono fare paragoni tra campioni di epoche diverse, mi assale più di un dubbio. Non a caso, quando si parla di Pelé e si nota che in 1.368 partite ha segnato 1.281 gol, bisogna fermarsi. Non si va oltre. Se Loustau, ala sinistra del River Plate di Labruna e Pedernera, diceva: "Ai miei tempi di Maradona ce n'era più di uno"; se l'ex juventino Menichelli affermava: "Credete a me che ci ho giocato vicino, Sivori non era inferiore a Maradona"; se Pelé spiega con una punta polemica: "Fosse nato in Brasile, non sarebbe stato quello che si vuol far credere. Romario, ad esempio, ha segnato una montagna di gol più di lui" e ancora: "L'unico gol di testa importante l'ha fatto con la mano". Ma se l'argentino ha dalla sua 312 gol in 588 partite, si può contraddire chi mette in campo Romario, che ne segna 1.000? Se Alfredo Di Stefano, ritenuto per anni il più grande, spiega: "Gli altri giocano bene a calcio, ma Pelé pratica uno sport con cui non hanno molta familiarità"; se Luis César Menotti, compagno di squadra al Santos, dice: "Pelé si poteva marcare solo col gesso alla lavagna", significa qualcosa. Né il Flaco aggiunse postille quando fece il nome dei 3 fuoriclasse, Kempes, Passarella e Maradona, che l'Argentina aveva applaudito negli ultimi 20 anni.

Ho visto Maradona fare cose incredibili con la palla al piede, ma anche contro la Fiorentina, marcato da Contratto e raddoppiato da Passarella, ebbe vita difficile e finì 0-0. Né dimentico che nell''89/'90, l'anno del secondo scudetto e di quel famoso Atalanta - Napoli deciso a tavolino, arrivò dopo la quarta giornata e alla fine segnò 14 gol con 7 rigori. Ad abundantiam, ricordo ciò che disse Breitner, uno dei difensori più forti, che con gli anni si trasformò in centrocampista col vizio del gol: "Non è Beckenbauer il miglior calciatore tedesco, ma Gerd Muller". Sfatava un altro mito, ma 725 partite e 661 reti dell'uno non erano paragonabili alle 744 e 109 dell'altro, indipendentemente dal ruolo. Ecco perché, quando leggo la classifica del 2016 della F.I.S.S. dei migliori 10 del '90, non accetto di vedere nell'ordine: Pelé, Cruyff, Beckenbauer, Di Stefano, Maradona, Puskas, Platini, Garrincha, Eusebio e Bobby Charlton. Era meglio fermarsi ai primi tre: Pelé, Di Stefano e Cruyff. Poi pensare a lungo per non sbagliare.