SEZIONI NOTIZIE

Mai fine al peggio?

di Claudio Nassi
Vedi letture
Foto
© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Zeljko Obradovic, l'allenatore di basket più vincente d'Europa, è solito ripetere: "Non c'è tattica più importante della tecnica". Se la pensassero così anche i nostri, il calcio italiano non vivrebbe 10 anni senza vincere una coppa, con la sola Roma ai quarti di finale in Europa League. Purtroppo siamo caduti in basso come non mai. Il grande vecchio e i federali non se ne accorgono, o se ne fregano, pur di avere in mano la leva del cambio. Non credo che i risultati della Nazionale, contro squadre di modesto livello, eccezioni escluse, possano lasciare tranquilli. Rimaniamo in mezzo al guado, senza vie d'uscita, se non si prenderà in esame di rivedere i corsi per manager e allenatori, in attesa di ripensare agli istruttori di un tempo. Ancora una volta è l'AIA la categoria da prendere ad esempio. Certo di aver imboccato la discesa, Trentalange ha impedito a Nicchi di affossarla con un quarto mandato e si è rimboccato le maniche per risalire la china. Negli altri settori è buio pesto.

Ho letto le interviste a Sacchi e Bergomi e i loro consigli per invertire una tendenza. Arrigo, che fuori dal Milan è sempre caduto, ripete il ritornello: "Il calcio italiano è antico e figlio di un rifiuto culturale al cambiamento. Così non ci si avvicina al futuro, bensì al passato. Mentre il Real Madrid si sta adeguando al calcio innovativo, praticato a livello internazionale, un football collettivo, organico e collaborativo". Non avete paura delle parole vuote di significato? E Bergomi non è da meno: "Siamo indietro per mentalità e velocità di palla. Le nostre partite sono tattiche e questo rallenta l'intensità". Alle corte, il primo parla di rifiuto culturale al cambiamento e il secondo di partite tattiche a scapito di mentalità, velocità di palla e intensità.

Chissà se sono riusciti a spiegare? Ma non avrebbero dovuto dire anche loro: "Non c'è tattica più importante della tecnica", se i nostri calciatori, nella maggioranza dei casi, non conoscono ancora l'uso dell'esterno? Non a caso Favini, un maestro, viveva per insegnare la tecnica, perché il calcio si gioca coi piedi, in tutta la loro estensione, oltre che con la testa. Ma se nei campi di allenamento alcuni innovatori hanno preferito i gabbioni e il cronometro alle forche e ai muri, dove si vuole andare? E' sul piano tecnico che dobbiamo migliorare, il resto verrà di conseguenza.