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Ibrahimovic e la Dea

di Claudio Nassi
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Una volta, quando tardava ad accordarsi col Milan, mi venne in mente un'idea: portare Ibrahimovic all'Atalanta. Ne parlai con tre amici. Il tira e molla tra il calciatore e la società favoriva inserimenti. E chi meglio della Dea, terza in campionato e sconfitta ai quarti di finale in Champions al 91' da quel PSG che avrebbe perso la finale col Bayern Monaco? D'accordo, si doveva pagare un ingaggio di sette milioni netti, un'enormità per Bergamo, ma, forse, ne valeva la pena. Si metteva in difficoltà il Milan, concorrente al posto in Champions, si faceva impazzire la città e si creavano i presupposti per un salto di qualità, che avrebbe portato a competere a livello nazionale e internazionale con le big e, magari, a superarle.

Ai Percassi non sarebbe mancata la possibilità di convincere Raiola, procuratore di Ibra. Stadio ristrutturato, centro sportivo che rasenta la perfezione, società organizzata come poche, bilanci in attivo, città tra le più belle, possibilità di rimanere ad abitare a Milano, ove la moglie avesse desiderato, e la certezza di competere ai più alti livelli, avrebbero fatto il resto. Non accettava? Avrei insistito, in particolare con la signora, fino a convincerlo. E l'allenatore? E la squadra? Siamo di fronte a un calciatore che a 39 anni dimostra una professionalità che ha poche eguali, con un'intelligenza e una tecnica sopraffine, a cui si devono aggiungere leadership e facilità di segnare, come dimostrano le 934 partite e i 554 centri. Avrebbe accettato e apprezzato gli allenamenti di Gasperini e aiutato i più giovani, come è solito fare. E il ruolo? Facile per il mister inserirlo nel meccanismo, dietro Zapata. Eppoi non ci sarebbero stati problemi, perché sa leggere la partita. Una palla alta sette volte su dieci sarebbe stata sua e la facilità che avrebbe avuto la squadra ad andare in gol avrebbe permesso certamente ai nerazzurri di non sbilanciarsi oltremisura e di subire molto meno. Perché se Gomez e soci segnano come nessuno, hanno il tallone d'Achille nelle reti subite. Alle corte, ci avrebbe pensato Gasperini, al quale non poteva creare problemi l'arrivo di un campione. Averne, avrebbe risposto Gasp!

E' vero, ci voleva coraggio, ma poteva valere la pena, perché, come diceva Boskov: "Il fuoriclasse vede un'autostrada dove gli altri vedono un sentiero". C'era anche un proverbio piemontese ad aiutare: "A volte a dar retta ai matti si indovina"; né dimentico Tolstoj: "Tutte le idee che hanno enormi conseguenze sono sempre semplici". Chissà se ne avrebbe avute!