SEZIONI NOTIZIE

Gasperini, l'Olanda e Fascetti

di Claudio Nassi
Vedi letture
Foto

Diceva Bill Shankly: "Dicono che il calcio è una questione di vita o di morte. Non è vero, è una cosa molto più seria". Il manager scozzese può aver esagerato, ma non è andato lontano dal vero. Viene da sorridere quando lo senti e lo vedi trattato con superficialità. O ascolti gli scopritori dell'acqua calda affannarsi a sottolineare che hanno vinto grazie agli schemi. D'accordo, l'invenzione - come insegna Edison - consiste per l'1% di ispirazione, ma per il 99 di traspirazione, cioè di sudore e fatica. Ed ecco una prima spiegazione dell'Atalanta di Gasperini, che ha raggiunto livelli da sogno.

La cosa che si nota è che "... ogni spiegazione è chiara, ogni soluzione è semplice, ogni alternativa logica. Costruisce la casa e poi rende i calciatori così familiari con le stanze che le possono trovare, oppure andare dall'una all'altra, anche durante la notte, a luci spente". Ricordato che "... tutte le idee che hanno enormi conseguenze sono semplici", andiamo a vedere la squadra che vogliono mostri il miglior calcio d'Europa. Partirei dal '70, dall'Ajax e dall'Olanda di Michels, che giocavano in velocità, senza offrire riferimenti. Poi ricorderei la "disorganizzazione organizzata" di Fascetti, il primo a giocare un calcio diverso, con Arcelli precursore della preparazione moderna e dell'alimentazione, e dell'allievo Sassi. Varese e Lecce non davano riferimenti, non erano mai uguali, e aggredivano con la massima rapidità, sapendo che il calcio non è un gioco di forza, ma di velocità e imprevedibilità.

E l'Atalanta non è imprevedibile? Non lascia Zapata unico terminale offensivo, pronta a cambiare modulo al momento della sostituzione o dell'assenza? Attaccano a pieno organico o in contropiede, ma con più uomini, e non sai mai chi arriva alla conclusione. Dicono che un difensore, Toloi, tiri 4 volte in porta a partita e Gosens, con gol e assist, si allinei a Muriel, Zapata, Ilicic e Gomez. Aveva un problema: subiva troppe reti. Ma da qualche tempo sembra aver trovato rimedio.

Alla fine manca solo non perdere più finali di Coppa Italia, come lo scorso anno contro la Lazio all'Olimpico, o presentarsi a Torino con la Juventus e non accorgersi che la designazione è sbagliata. Per questo deve fare attenzione a non farsi prendere in contropiede, soprattutto in Champions League, con il PSG, perché, ormai, ha l'obbligo di farci sognare.