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Il caso Moncini

di Claudio Nassi
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Gianni Moncini era un caro amico. Inviato speciale, penna ribelle e bastian contrario di professione, cane sciolto e di razza, è riuscito a vivere senza guinzaglio e collare nelle scuderie più prestigiose del giornalismo, dal Corriere Lombardo al Giorno, al Corriere della Sera e al Giornale. Mi aveva fatto omaggio del suo libro, "Sgol", dedicato alla memoria di Angelo Rozzoni, Bruno Raschi, Giovanni Mosca e Gianni Granzotto, maestri di vita e di giornalismo. L'aveva accompagnato con due righe: "All'amico fraterno che si ostina - come me - a sognare (e sperare) la realizzazione di un calcio migliore". Amico di Bearzot e uomo di Indro Montanelli, del quale era solito dire: "E' il migliore di tutti, soprattutto quando non fa il Direttore. Non per niente, infatti, si è portato al Giornale uno come me".

Gianni ha un nipote, Gabriele, che gioca a calcio. Dai ragazzi della Juventus inizia un percorso che lo porta a Cesena, a Prato, ancora a Cesena, a Ferrara, a Cittadella, per tornare alla Spal, prima di passare al Benevento. So che lo segue dall'alto. Ha chiesto se lo aiutavo a capire un fatto che ha incuriosito chi segue il calcio. Il ragazzo, 24 anni, 1,83 per 79, è un animale da area di rigore. Veloce, gioca sul filo del fuorigioco. Chi lo conosce meglio dice che non è per niente male di testa, ha i tempi giusti e fatto notevoli progressi, anche perché ha trovato un equilibrio, grazie alla donna che gli sta a fianco. Nello scorso campionato, ceduto a gennaio in prestito al Cittadella, in 17 partite segna 12 gol e perde la Serie A nello spareggio col Verona. Lo cercava mezza Serie B e, se non vado errato, il Lecce. Ma, evidentemente, il D.S. della Spal, Vagnati, che lo aveva seguito più volte, consigliava a Semplici di tenerlo. Poi, alla riapertura del mercato, Moncini viene ceduto per 3 milioni al Benevento. Quindi è bocciato da una società che ha 4 attaccanti (Petagna, Paloschi, Di Francesco e Floccari), nessuno con le sue caratteristiche. Per di più il club, ultimo in A, cerca una punta, perché la classifica, alla fine del girone di andata, dice 12 punti, 3 vittorie, 13 sconfitte e peggior attacco, 12 reti all'attivo. La cosa strana è che va a Benevento, primo della classe in B con 46 punti, una sconfitta, il miglior attacco (46 reti), 11 lunghezze di vantaggio sulla seconda e 15 sulla terza. Se non è buono per gli ultimi della A, può esserlo per i primi della B, considerati da tutti ormai promossi?

Capisco le perplessità del nonno. E' inspiegabile. Detto che rispetto qualsiasi opinione, anche se mi permetto di non condividerle, penso che Pippo Inzaghi abbia visto nel ragazzo l'attaccante che più gli si avvicina, solito giocare sul filo del fuorigioco. So bene che ogni calciatore rende per come è gestito e dà il massimo se sente la fiducia del tecnico. E' chiaro che qualcuno tra Semplici e Inzaghi sbaglia. Spero di aver risposto alla richiesta del nonno, ma continuo a stupirmi nel vedere che non sono gli allenatori ad adattarsi alle caratteristiche dei calciatori, ma questi ultimi a dover sposare il calcio del tecnico, il più delle volte senza riuscirci. E il danno chi lo pagherà? La società! 

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